Ve l’avevamo detto. Accadde cinque anni fa in occasione di una mostra, la decima personale di Sergio Padovani nella Piccola Galleria Arte Contemporanea di Bassano del Grappa. Si intitolava HEIMAT, una serie inedita di opere caratterizzate da quello che allora era un uso sperimentale del colore e che successivamente avrebbe improntato di sé la produzione di Padovani fino alle sue recentissime opere, visitabili in era pre-coronavirus nella Galleria d’Arte Contemporanea di Palazzo Ducale a Pavullo nel Frignano (in collaborazione con la galleria Federico Rui Arte Contemporanea di Milano; ad ogni modo la mostra sta su fino a fine aprile).
Heimat era un campanello d’allarme rivolto a tutti voi (L’HEIMAT DELL’ERESIA, DELLA GUERRA E DELLA PITTURA PROFANATA era il “catenaccio” che avevo voluto aggiungere al titolo) ed era il terzo capitolo dopo le mostre LA PESTE e MORTE DELLE MUSE: toccava il tema dello scontro di civiltà, già preconizzato dal politologo Francis Fukuyama otto anni prima dell’eccidio dell’11 settembre 2001 e rinnovato poi dallo scrittore Michel Houellebecq, che nel suo romanzo uscito proprio quell’anno immaginava una società normalizzata dall’invasione, guarda caso immortalata quattro anni dopo da Sergio Padovani con la sua mostra intitolata proprio così, L’invasione, nei giganteschi spazi di The Bank Contemporary Art Collection a Bassano del Grappa.
HEIMAT era il capitolo (non finale) contrassegnato dalla guerra e dalla precarietà esistenziale, dal vacillare dell’identità e del senso di appartenenza e avevamo faticato non poco nel far passare il significato della parola heimat come “casa”, “piccola patria”, “luogo natio”, “focolare domestico, “sentirsi a casa propria”.

Heimat è la Terra (con la T maiuscola), l’ancorarsi ad essa dell’uomo, la patria “femminile” (“Matria“) contrapposta alla maschile “Terra dei Padri” e ci sconvolge sapere come, in questo momento epocale, in cui un’epidemia globale fa strame dell’arroganza umana della Tecnica, il nostro pensiero e il nostro fare fossero inconsapevolmente concordi con quel grido lanciato più di cinquant’anni fa dal filosofo tedesco Martin Heidegger quando disse: “Ormai solo un Dio ci può salvare“. Un grido che in realtà fu un flatus vocis, visto che si trattava di una risposta a una domanda posta da un giornalista nel corso di un’intervista pubblicata dal settimanale Spiegel.
L’uomo ha perso il suo heimat, diceva Heidegger, perché ha voluto allontanarsi dalla Terra, esasperando la Tecnica come uno strumento di imposizione alla Natura . E la Natura si ribella perché non la puoi fermare. Fa il suo corso con un’epidemia, per esempio. Per contrastare la quale, l’uomo tecnico del 2020 ha le stesse armi che aveva nel Medioevo: aspettare che arrivi il caldo.
“Sono i cicli storici di Machiavelli“, mi dice Sergio Padovani. La Natura crea le condizione per ricominciare, proprio come avvenne nel Quattrocento: il Rinascimento non sarebbe stato, senza la peste..“
E l’arte? Anche l’arte, secondo Heidegger, se n’è andata, certificandone con Hegel la morte nel momento stesso in cui ha deciso di allontanarsi dall’Assoluto e di diventare cosa estetica per fruitori di classi agiate.
Passatempo, abbellimento. L’arte non è più la “techne” dei Greci perché si è allontanata dall’Assoluto come la Tecnica si è allontanata dalla Terra.
Ne parlo con Padovani: “La stessa cosa avviene nell’arte“, prosegue. “Il Rinascimento nacque da una crisi totale. L’uomo ha sbagliato percorso, perché il progresso deve essere rispettoso del circostante. Questo non è progresso, diceva Pasolini. E gli agglomerati di disperazione che sto dipingendo attualmente mi sembrano quanto mai attuali“.
Ci sorprendiamo nel constatare quanto fossimo stati “preveggenti” cinque anni fa e ci ri-sorprendiamo nel constatare l’attualità di una dichiarazione di Heidegger in Ormai solo un Dio ci può salvare:
“L’appello a Dio non è un modo per fare di necessità virtù, per sottrarsi alla stretta momentaneamente invincibile dell’ora accettando la disperazione senza ammettere l’annientamento totale […]; è al contrario sfiducia spirituale nell’obiettività dello spirito, assunzione di responsabilità assoluta, soprassalto dell’ego. E’ l’intenzione immediata di trovare nella sconfitta la vittoria, nella massima perdizione il seme della salvezza, nel nulla dell’umiliazione il tutto della riscossa“.
Anche l’arte ci potrebbe salvare, se solo la si capisse oltre che guardarla. Vedremmo che la casa brucia, non solo all’esterno, ma dentro di noi.

Emanuele Beluffi
IL GIORNALE Off

La casa arde. E non diteci che non ve l’avevamo detto