La Villa in stile floreale di Sourmilk sembrerebbe appassita;
il gelo invernale ormai circonda il tempio sconsacrato dell’arte contemporanea. L’atmosfera è lugubre e penosa.
Ogni cosa sembrerebbe presagio di morte.
Il buio ha inghiottito tutto, trascinando le nostre menti assopite e le
nostre stanche membra in un luogo senza tempo.
Il 10 Dicembre 2011 è il giorno della condanna a morte.
O forse alla vita.
Tutti attendono il boia; la ghigliottina luccica nella penombra delle
stanze.
I malcapitati prescelti, in fila ordinata davanti a noi, attendono la
sentenza.
Il boia non giunge. La tensione si fa spessa come una coltre di nebbia
che tutto avvolge.
Sguardi che sembrano implorare aiuto emergono come da un mare
di morte dalle tele appese alle mura. Gli occhi terrorizzati delle vittime
cercano i nostri in cerca di un cenno che salvi loro la vita.
“Le vostre ombre assomigliano a ghigliottine”, si sente
sussurrare.
Ultimo di sette fratelli, Sergio Padovani nasce a Modena il 25 Aprile del
1972.
E’ il giorno della Liberazione.
Artista autodidatta del qui e dell’ora, il demiurgo modenese è un
medium, un plasmatore di materia che sembra comporsi da sé sulle
tele più che prender forma dalle sue mani, come se esse fossero solo il
mezzo di comunicazione tra due dimensioni lontane.
Sergio Padovani sembra attraversare i secoli, scavalcando luoghi e
tempi di cui nessuno ha più ricordo vivo, ma memoria scritta e testimonianza di chi in quel tempo fu.
Gli opposti si attraggono. Ma nelle buie stanze di Sourmilk essi
sembrano distruggersi.
La luce e l’ombra sono in perenne lotta; il bianco ed il nero si
inseguono in una estenuante corsa che non ha fine; il bene e il male,
se davvero esistono, qui si conoscono e si confrontano, al verificarsi di
un appuntamento fissato secoli or sono, in un tempo lontano a noi
sconosciuto.
Da soli cinque anni Sergio Padovani plasma i suoi capolavori in cui la
materia dà vita ad ombre vive come non mai.
Le tele sembrano attendere una morte dolorosa e sofferta,
nera ed avvolgente come il bitume di cui sono ricoperte.
Ma guardando ad esse con Amore, l’oggetto della loro ricerca,
capiremmo che non è la fine della loro Vita ciò che attendono.
Musicista per più di vent’anni, l’artista visionario e viaggiatore del
tempo abbandonò all’improvviso la musica folgorato da una visione:
Odilon Redon.
E’ sufficiente un semplice tratto a carboncino, debole e frammentato
come la vita di un uomo, per fermare il Tempo.
Nessun maestro e nessuna scuola tranne quella della Realtà, maestra
severa e spietata, che Sergio Padovani osserva con scrupolosa scientificità.
Nessun bozzetto o disegno preparatore.
Il Vero non ha bisogno di una struttura che ne regga la forma.
Un gesto od un errore, spesso un imprevisto, danno forma al
capolavoro dell’artista, rappresentazione fisica e tangibile di una immagine che da tempo giaceva sopita nella sua mente.
E’ come se la sua arte attingesse ad un archivio di ricordi universali,
memorie di gioie e dolori dell’intera umanità.
“Ogni cosa è un crimine immobile” attira il nostro sguardo.
Un corpo sospeso che a prima vista sembra orrendamente mutilato,
giace a pochi metri dal suolo, come fotografato nell’istante immediatamente precedente alla fine di una interminabile caduta.
E’ il declino dell’essere umano, l’inarrestabile discesa
dell’umanità verso gli Inferi od il congelamento di un
attimo di Quiete infinita?Dal buio appare una luce.
Qualcosa sembra scintillare.
E’ l’occhio della vittima, che ci scruta e ci osserva. Non è una supplica,
non è una richiesta di aiuto. E’ una ricerca, un fermento, un’indagine
dell’uomo.
Quella creatura sospesa è viva.
Ciò che la uccide lentamente è l’attesa della fine.
A tenerla in vita è il desiderio di mettersi in gioco, la voglia e la supponenza di sfidare il nostro giudizio, nella speranza immortale che sia
quella a cui guardano la strada verso la Felicità.
Quel corpo deforme ma non privo di eleganza, così simile agli studi di
Francis Bacon, turba la nostra vista ed il nostro animo.
E’ l’incompletezza che ci inorridisce.
La totale assenza di armonia ci disgusta.
Ma qualcosa in quella immagine ci seduce senza apparente motivo.
E’ forse l’importanza che essa ci attribuisce eleggendoci a giudici implacabili della sua vita?
Chi o cosa è quel essere che si nasconde ne “La culla”?
Perché si cela al nostro sguardo ma al tempo stesso sembra cercare la
nostra attenzione?
Invochiamo demoni ed angeli, come in un’antica cerimonia del 1600:
la Goetia.
Dalle atmosfere cupe che ricordano la pittura olocaustica siamo scagliati al tempo dell’esoterismo e della demonologia.
“Amor Goetia pare” si manifesta ai nostri occhi in un’esplosione di
bianco e di luce.
L’atmosfera godereccia ed orgiastica ci scaglia con violenza alla fine del
1500, tra i personaggi immortalati da lo Spagnoletto intorno ad un
ebbro Sileno.
Il ventre gonfio fa orgogliosa mostra di sé.
E’ un inno alla devianza e all’ingordigia o è un Ode al Furor amoroso?
L’amore è un diavolo e ad esso bisogna vendere l’anima.
Perchè l’amore è un sentimento contro natura che condanna due
sconosciuti ad una dipendenza meschina e insalubre.
Ed effimera.
Ma intensa.E’ dunque questo che cercano i personaggi di Sergio Padovani, creatore di esseri condannati alla ricerca “Dell’amore e di altri demoni”,
usando le parole di Gabriel Garcia Marquez.
Uomini alla ricerca della Felicità, sfacciati e supponenti, pronti a rimettersi al nostro giudizio, implacabile e tagliente come una ghigliottina
per ottenere quello che cercano.
Unitevi a loro tra i corridoi di Sourmilk così simili ai giardini di Bosch.
Vedrete le corti di Velasquez e scorgerete personaggi che abitarono le
opere di Cranach e di Bruegel.
Dalle finestre vi sembrerà di sentire il rumore di una tempesta di Turner
confondersi con le risate e le grida di un Baccanale.
Quello di Sergio Padovani è un viaggio alla scoperta dell’Uomo, da
sempre e per sempre condannato alla ricerca della Felicità.
Il boia è giunto.
La folla attende il vostro giudizio.
Vivere o morire.
A voi la scelta.
Irene Perino