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	<title>SERGIO PADOVANI &#187; texts</title>
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		<title>SERGIO PADOVANI:L&#8217;UOMO CONDANNATO ALLA VITA.di Irene Perino</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/12/30/sergio-padovaniluomo-condannato-alla-vita-di-irene-perino/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 11:03:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sergio Padovani: L’uomo condannato, alla vita Courtesy IRENE PERINO (http:ireneperino.wordpress.com) Courtesy ENQUIRE (www.enquire.it) LINK: http://www.enquire.it/2011/12/29/sergio-padovani-sour-milk-varese-esposizione-pittura/ “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende” Amore e passione. E poi la Morte, lenta ed inesorabile. Forse sofferta e dolorosa. Ma liberatoria. Sergio Padovani, ultimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Sergio Padovani: L’uomo condannato, alla vita</h2>
<p>Courtesy IRENE PERINO (http:ireneperino.wordpress.com)</p>
<p>Courtesy ENQUIRE (www.enquire.it)</p>
<p>LINK:</p>
<p>http://www.enquire.it/2011/12/29/sergio-padovani-sour-milk-varese-esposizione-pittura/</p>
<p><img title="100 E PIU' ABISSI NEI QUALI DIMENTICARE LA TUA GRAZIA.Olio,bitume su tela.30x40.2011" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/100-E-PIU-ABISSI-NEI-QUALI-DIMENTICARE-LA-TUA-GRAZIA.Oliobitume-su-tela.30x40.2011.jpg" alt="100 E PIU' ABISSI NEI QUALI DIMENTICARE LA TUA GRAZIA.Olio,bitume su tela.30x40.2011" width="500" height="300" /></p>
<div id="share_post"></div>
<p><em>“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,<br />
prese costui de la bella persona<br />
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende”</em><br />
Amore e passione.<br />
E poi la Morte, lenta ed inesorabile.<br />
Forse sofferta e dolorosa. Ma liberatoria.</p>
<p><img title="AMOR GOETIA PARE.olio,bitume su tela .60x60.2011" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/AMOR-GOETIA-PARE.oliobitume-su-tela-.60x60.2011.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p><strong>Sergio Padovani</strong>, ultimo di sette fratelli, nasce a Modena il 25 Aprile del 1972, ventisette anni dopo la Liberazione dalla dominazione nazifascista.<br />
La Libertà domina la pittura di questo giovane artista che ha trascorso la sua intera vita all’inseguimento della stessa, seguendo un lungo cammino verso la realizzazione di un destino ormai scritto e consacrato all’Arte.<br />
E all’Amore.</p>
<p>Davanti a noi quadri cupi in cui il nero regna sovrano, illuminato a tratti da un bianco accecante che enfatizza le tenebre in cui sono immersi – e forse perduti per sempre – i personaggi.</p>
<p><strong>Le vostre ombre assomigliano a ghigliottine</strong> è il titolo della mostra personale presso <a href="http://www.sourmilk.it/" target="_blank">Sourmilk Artgallery</a>, tempio varesino dell’arte contemporanea, fino al 7 Gennaio 2012.</p>
<p>Inquietante.</p>
<p>Forse.</p>
<p><img title="AVREMMO DOVUTO ROVESCIARCI IL MONDO ADDOSSO.Olio,bitume su tela 100x150.2011" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/AVREMMO-DOVUTO-ROVESCIARCI-IL-MONDO-ADDOSSO.Oliobitume-su-tela-100x150.2011.jpg" alt="" width="500" height="500" /></p>
<p>“Inquietante è l’aggettivo che sento più spesso incollato ai miei quadri. Forse quando la gente mi parla e vede che non lo sono ne rimane sorpresa… come se due dovesse sempre fare due. Forse mi auto psicanalizzo con la pittura senza rendermene conto”.</p>
<p>Autodidatta, Sergio dipinge da circa cinque anni, dopo una visione che gli ha cambiato la vita.</p>
<p>“Il mio percorso artistico nasce con la musica. Ho suonato per circa 20 anni sperimentando molti generi musicali. Dopo diverse esperienze però ho iniziato a percepire che per me contava molto di più il discorso creativo delle musiche piuttosto che l’esibizione. Questo fattore mi ha chiuso molto in una mia ricerca personale fino a quando a Parigi, circa 5 anni fa, vidi una mostra di Odilon Redon. Carboncini”.</p>
<p><em>Amor, ch’a nullo amato amar perdona,<br />
mi prese del costui piacer sì forte,<br />
che, come vedi, ancor non m’abbandona.</em></p>
<p><img title="MADRI,MALEDETTE MADRI.Olio,bitume su tela .50x60.2011" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/MADRIMALEDETTE-MADRI.Oliobitume-su-tela-.50x60.2011.jpg" alt="" width="500" height="600" /></p>
<p>Da quel momento Sergio precipita – nessun verbo potrebbe essere migliore – nell’ossessione per l’Arte. Artisticamente arrogante, come lui stesso si definisce, decide di non avere maestri e di studiare una tecnica personale strutturata sulla visione.</p>
<p>L’analisi è alla base dell’arte di Sergio, pittore dall’animo profondo ed indagatore. Ogni cosa intorno a lui merita ed è degna di osservazione: oggetti, persone, sentimenti.</p>
<p>Pur staccandosi dal primo grande amore, la Musica, Sergio ne rimane profondamente influenzato. Nelle sue opere, armoniose ma silenziose, si percepisce un ritmo lento e incantatore che trascina lo spettatore in un viaggio surreale alla scoperta dell’Amore e della Vita.</p>
<p>“La mia tecnica è molto empirica. Non uso bozzetti o disegni preparatori. Inizio a dipingere sulla tela finché un’intuizione, un gesto,un errore mi spingono a seguire una via pittorica che non avevo considerato: semplicemente la seguo, cercando di farla convivere con quello che mi sta coinvolgendo o ispirando”.</p>
<p>Sergio sembra comunicare con il quadro, come se il suo ruolo fosse quello di medium, di uno strumento che  la tela impugna per prendere vita.</p>
<p>“Questa specie di comunicazione con il quadro è quello che PER ME è la pittura: quando la tela stessa sembra indirizzare le tue idee,modificare le tue intenzioni,cambiare sorte all’immagine”.</p>
<p>La nostra ombra sovrasta i quadri. Le cornici sembrano tremare alla nostra visione. È paura quella che percepiamo? Cosa cercano quegli occhi scintillanti che emergono dalle tenebre? Chi sono i personaggi immortalati dal pittore?</p>
<p>Cristallizzati in un attimo che non appartiene al nostro tempo, come fermati un solo istante prima della caduta al suolo, essi sono gli Uomini. La ricerca e la curiosità, motore unico ed immobile della Vita, è ciò che tiene  in vita quelle figure orride a prima vista, in grado di repellerci e causarci disgusto.</p>
<p>L’Uomo è sì bruto e folle.</p>
<p>Ma è sempre alla ricerca di una via d’uscita, di un destino da realizzare, di un Amore da vivere. E morire, se necessario.</p>
<p>“Vedo l’essenza della ricerca dell’Amore con l’A maiuscola… una ricerca di un demone. L’amore è un diavolo, come nel titolo del bellissimo film sulla vita di F.Bacon. Bisogna vendergli l’anima, altrimenti non lo si proverà mai”.</p>
<p><img title="POSSESSIONE,ORA SEI PIÙ BELLA!Olio,bitume su tela.30x40.2011" src="http://www.enquire.it/wp-content/uploads/2011/12/POSSESSIONEORA-SEI-PI%C3%99-BELLAOliobitume-su-tela.30x40.2011.jpg" alt="" width="500" height="600" /></p>
<p><em>Amor condusse noi ad una morte.<br />
Caina attende chi a vita ci spense.<br />
Queste parole da lor ci fuor porte.»</em></p>
<p>(<a title="Dante Alighieri" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Alighieri" target="_blank">Dante Alighieri</a>, <a title="Inferno (Divina Commedia)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_%28Divina_Commedia%29" target="_blank">Inferno</a> <a title="Inferno - Canto quinto" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_-_Canto_quinto" target="_blank">V</a>, <a title="s:Divina Commedia/Inferno/Canto V" href="http://it.wikisource.org/wiki/Divina_Commedia/Inferno/Canto_V" target="_blank">100-108</a>)</p>
<p>Il patibolo vi aspetta.</p>
<p>La sentenza è una ed una soltanto: Vivere.</p>
<p><strong>Irene Perino</strong></p>
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		<title>SERGIO PADOVANI.THE LOST INNOCENCE.di Irene Pollini Giolai</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/12/27/sergio-padovani-the-lost-innocence-di-irene-pollini-giolai/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 12:31:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[THE LOST INNOCENCE www.thelostinnocence.com &#160; “La crudeltà dell’innocenza. Il proibito che non si osa amare. Un palcoscenico impietoso. Alienazione e decadenza. Un universo dove il corpo non rappresenta solo se stesso,ma paure e segreti,esitazione e riserbo,la discrezione di un attonito imbarazzo”. – M.Bonaffini, M.Rebeschi- &#160; Sergio Padovani è un pittore modenese, anno 1972 e un [...]]]></description>
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<div>THE LOST INNOCENCE</div>
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<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.22.04.png" alt="" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La crudeltà dell’innocenza. Il proibito che non si osa amare. Un palcoscenico impietoso. Alienazione e decadenza. Un universo dove il corpo non rappresenta solo se stesso,ma paure e segreti,esitazione e riserbo,la discrezione di un attonito imbarazzo”. – M.Bonaffini, M.Rebeschi-</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.18.04.png" alt="" /></p>
<p><strong>Sergio Padovani </strong> è un pittore modenese, anno 1972 e un passato da musicista metal. Ha i capelli lunghi, è alto ma la sua voce è gentile. Rimango sempre affascinata dalle personalità che contrastano con il loro involucro. Sergio padovani assomiglia ai suoi quadri in qualche modo. Nel suo circo di personaggi orrifici rimane di sottofondo qualcosa che non caneclla totalmente la grazia, la gentilezza in qualche modo. Animo sensibile quello di questo artista che non solo dipinge ma s’impegna anche nelle scenografie teatrali allestendo lo spettacolo SONO SEMPRE SOLO di Marco Rebeschi con Il Teatro del Disincanto, produzione Lo Sguardo dell’Altro.</p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.15.37.png" alt="" /></p>
<p>Una pittura che racconta senza dire mai. Urla dietro una mano premuta sul fiato. Segreti e paure, esitazione e riserbo rimescolati nelle sfumature impastate della pennellata di <strong>Padovani</strong>. Un universo di figuranti che sembrano disintegrarsi nel nero dello sfondo. Apocalissi, vergogne e dolori drammatici appesi per un amo. Colori, forme e curve prendono vita da un immaginario legato al cinema espressionista, quello del dottor Calligari.</p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.15.18.png" alt="" /></p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.19.09.png" alt="" /></p>
<p>«La pittura è uno strumento completo, come il pianoforte, che non necessita di alcun accompagnamento: pochi gesti offrono uno spettro immediato e compiuto.»</p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.18.49.png" alt="" /></p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.22.27.png" alt="" /></p>
<p>Una pittura che saggiamente raccoglie gli stracci dell’estetica tipica degli anni ’20, spalma il sapore dell’espressionismo tedesco e ricama i delicati tratti degli anni ’40. Un nuovo abito a quella realtà che teniamo nascosta, che urla da dietro le orecchie di qualcuno. Letteratura, musica, e visioni oniriche diventano il proscenio su cui il discorso viene imbastito. Un palco dove si alternano orrifiche figure che ci fissano, ci indagano ci fanno delle domande a cui non vogliamo trovare risposta. Può piacere o non piacere ma non lascia mai indifferente.</p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/07/2010_981_45005_1646967317_t.jpg" alt="" /></p>
<p><img src="http://www.thelostinnocence.com/wp-content/uploads/2011/03/Schermata-2011-03-27-a-01.21.04.png" alt="" /></p>
<p>IRENE POLLINI GIOLAI</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Courtesy THE LOST INNOCENCE/IRENE POLLINI GIOLAI</p>
<p>Pubblicato il 27/03/2011 su THE LOST INNOCENCE</p>
<p>LINK: http://www.thelostinnocence.com/sergio-padovani/</p>
<p>www.thelostinnocence.com</p>
<p>info@thelostinnocence.com</p>
</div>
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		</item>
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		<title>LE VOSTRE OMBRE ASSOMIGLIANO A GHIGLIOTTINE.di Irene Perino</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/12/08/le-vostre-ombre-assomigliano-a-ghigliottine-di-irene-perino/</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 11:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; La Villa in stile floreale di Sourmilk sembrerebbe appassita; il gelo invernale ormai circonda il tempio sconsacrato dell’arte contemporanea. L’atmosfera è lugubre e penosa. Ogni cosa sembrerebbe presagio di morte. Il buio ha inghiottito tutto, trascinando le nostre menti assopite e le nostre stanche membra in un luogo senza tempo. Il 10 Dicembre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-large wp-image-635" title="sergio-padovani" src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/12/sergio-padovani-535x750.jpg" alt="" width="490" height="686" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Villa in stile floreale di Sourmilk sembrerebbe appassita;<br />
il gelo invernale ormai circonda il tempio sconsacrato dell’arte contemporanea. L’atmosfera è lugubre e penosa.<br />
Ogni cosa sembrerebbe presagio di morte.<br />
Il buio ha inghiottito tutto, trascinando le nostre menti assopite e le<br />
nostre stanche membra in un luogo senza tempo.<br />
Il 10 Dicembre 2011 è il giorno della condanna a morte.<br />
O forse alla vita.<br />
Tutti attendono il boia; la ghigliottina luccica nella penombra delle<br />
stanze.<br />
I malcapitati prescelti, in fila ordinata davanti a noi, attendono la<br />
sentenza.<br />
Il boia non giunge. La tensione si fa spessa come una coltre di nebbia<br />
che tutto avvolge.<br />
Sguardi che sembrano implorare aiuto emergono come da un mare<br />
di morte dalle tele appese alle mura. Gli occhi terrorizzati delle vittime<br />
cercano i nostri in cerca di un cenno che salvi loro la vita.<br />
“Le vostre ombre assomigliano a ghigliottine”, si sente<br />
sussurrare.<br />
Ultimo di sette fratelli, Sergio Padovani nasce a Modena il 25 Aprile del<br />
1972.<br />
E’ il giorno della Liberazione.<br />
Artista autodidatta del qui e dell’ora, il demiurgo modenese è un<br />
medium, un plasmatore di materia che sembra comporsi da sé sulle<br />
tele più che prender forma dalle sue mani, come se esse fossero solo il<br />
mezzo di comunicazione tra due dimensioni lontane.<br />
Sergio Padovani sembra attraversare i secoli, scavalcando luoghi e<br />
tempi di cui nessuno ha più ricordo vivo, ma memoria scritta e testimonianza di chi in quel tempo fu.<br />
Gli opposti si attraggono. Ma nelle buie stanze di Sourmilk essi<br />
sembrano distruggersi.<br />
La luce e l’ombra sono in perenne lotta; il bianco ed il nero si<br />
inseguono in una estenuante corsa che non ha fine; il bene e il male,<br />
se davvero esistono, qui si conoscono e si confrontano, al verificarsi di<br />
un appuntamento fissato secoli or sono, in un tempo lontano a noi<br />
sconosciuto.<br />
Da soli cinque anni Sergio Padovani plasma i suoi capolavori in cui la<br />
materia dà vita ad ombre vive come non mai.<br />
Le tele sembrano attendere una morte dolorosa e sofferta,<br />
nera ed avvolgente come il bitume di cui sono ricoperte.<br />
Ma guardando ad esse con Amore, l’oggetto della loro ricerca,<br />
capiremmo che non è la fine della loro Vita ciò che attendono.<br />
Musicista per più di vent’anni, l’artista visionario e viaggiatore del<br />
tempo abbandonò all’improvviso la musica folgorato da una visione:<br />
Odilon Redon.<br />
E’ sufficiente un semplice tratto a carboncino, debole e frammentato<br />
come la vita di un uomo, per fermare il Tempo.<br />
Nessun maestro e nessuna scuola tranne quella della Realtà, maestra<br />
severa e spietata, che Sergio Padovani osserva con scrupolosa scientificità.<br />
Nessun bozzetto o disegno preparatore.<br />
Il Vero non ha bisogno di una struttura che ne regga la forma.<br />
Un gesto od un errore, spesso un imprevisto, danno forma al<br />
capolavoro dell’artista, rappresentazione fisica e tangibile di una immagine che da tempo giaceva sopita nella sua mente.<br />
E’ come se la sua arte attingesse ad un archivio di ricordi universali,<br />
memorie di gioie e dolori dell’intera umanità.<br />
“Ogni cosa è un crimine immobile” attira il nostro sguardo.<br />
Un corpo sospeso che a prima vista sembra orrendamente mutilato,<br />
giace a pochi metri dal suolo, come fotografato nell’istante immediatamente precedente alla fine di una interminabile caduta.<br />
E’ il declino dell’essere umano, l’inarrestabile discesa<br />
dell’umanità verso gli Inferi od il congelamento di un<br />
attimo di Quiete infinita?Dal buio appare una luce.<br />
Qualcosa sembra scintillare.<br />
E’ l’occhio della vittima, che ci scruta e ci osserva. Non è una supplica,<br />
non è una richiesta di aiuto. E’ una ricerca, un fermento, un’indagine<br />
dell’uomo.<br />
Quella creatura sospesa è viva.<br />
Ciò che la uccide lentamente è l’attesa della fine.<br />
A tenerla in vita è il desiderio di mettersi in gioco, la voglia e la supponenza di sfidare il nostro giudizio, nella speranza immortale che sia<br />
quella a cui guardano la strada verso la Felicità.<br />
Quel corpo deforme ma non privo di eleganza, così simile agli studi di<br />
Francis Bacon, turba la nostra vista ed il nostro animo.<br />
E’ l’incompletezza che ci inorridisce.<br />
La totale assenza di armonia ci disgusta.<br />
Ma qualcosa in quella immagine ci seduce senza apparente motivo.<br />
E’ forse l’importanza che essa ci attribuisce eleggendoci a giudici implacabili della sua vita?<br />
Chi o cosa è quel essere che si nasconde ne “La culla”?<br />
Perché si cela al nostro sguardo ma al tempo stesso sembra cercare la<br />
nostra attenzione?<br />
Invochiamo demoni ed angeli, come in un’antica cerimonia del 1600:<br />
la Goetia.<br />
Dalle atmosfere cupe che ricordano la pittura olocaustica siamo scagliati al tempo dell’esoterismo e della demonologia.<br />
“Amor Goetia pare” si manifesta ai nostri occhi in un’esplosione di<br />
bianco e di luce.<br />
L’atmosfera godereccia ed orgiastica ci scaglia con violenza alla fine del<br />
1500, tra i personaggi immortalati da lo Spagnoletto intorno ad un<br />
ebbro Sileno.<br />
Il ventre gonfio fa orgogliosa mostra di sé.<br />
E’ un inno alla devianza e all’ingordigia o è un Ode al Furor amoroso?<br />
L’amore è un diavolo e ad esso bisogna vendere l’anima.<br />
Perchè l’amore è un sentimento contro natura che condanna due<br />
sconosciuti ad una dipendenza meschina e insalubre.<br />
Ed effimera.<br />
Ma intensa.E’ dunque questo che cercano i personaggi di Sergio Padovani, creatore di esseri condannati alla ricerca “Dell’amore e di altri demoni”,<br />
usando le parole di Gabriel Garcia Marquez.<br />
Uomini alla ricerca della Felicità, sfacciati e supponenti, pronti a rimettersi al nostro giudizio, implacabile e tagliente come una ghigliottina<br />
per ottenere quello che cercano.<br />
Unitevi a loro tra i corridoi di Sourmilk così simili ai giardini di Bosch.<br />
Vedrete le corti di Velasquez e scorgerete personaggi che abitarono le<br />
opere di Cranach e di Bruegel.<br />
Dalle finestre vi sembrerà di sentire il rumore di una tempesta di Turner<br />
confondersi con le risate e le grida di un Baccanale.<br />
Quello di Sergio Padovani è un viaggio alla scoperta dell’Uomo, da<br />
sempre e per sempre condannato alla ricerca della Felicità.<br />
Il boia è giunto.<br />
La folla attende il vostro giudizio.<br />
Vivere o morire.<br />
A voi la scelta.<br />
Irene Perino</p>
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		<title>CORPI ESTRANEI .Testo di Giulia Gibertoni</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/09/20/corpi-estranei-testo-di-giulia-gibertoni/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 16:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CORPI ESTRANEI Sotto i grigi piovaschi anti-democratici odierni, parlare di bellezza implica sempre dare norme alla bellezza (fisica, morale, relazionale) attraverso l&#8217;apparente disinteressata indicazione di esempi da seguire e armonie da ritrovare e attraverso la premiazione simbolica e fattuale di chi prima e più elasticamente si deforma per conformarsi meglio: occuparsi di questo vuol dire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CORPI ESTRANEI</p>
<p>Sotto i grigi piovaschi anti-democratici odierni, parlare di bellezza implica sempre dare norme alla bellezza (fisica, morale, relazionale) attraverso l&#8217;apparente disinteressata indicazione di esempi da seguire e armonie da ritrovare e attraverso la premiazione simbolica e fattuale di chi prima e più elasticamente si deforma per conformarsi meglio: occuparsi di questo vuol dire trovarsi a margine di un più ampio discorso di potere.<br />
Ma poiché nulla si distrugge, quello che scompare dalle realtà fittizie che viviamo, spinto via solo nella forma, ma non nella sostanza, ricompare altrove nel buio che contiene tutte le storie di bellezza (fisica, morale, relazionale) normata e manipolata, rivive ogni volta che emergono dal grigio ritratti di corpi che non si piegano al comandamento seriale, rivive come rappresentazione politica per una libertà di immagine che è ora inalienabile dovere.</p>
<p>La sintonia predicata con corpi conformati è un vangelo di guerra, diffuso a tappeto perché non ci siano più spazi né si formino nuovi saperi o interazioni legittimate con altro che non sia quello, per delimitare il poco lecito dalla terra brulla dei « corpi estranei » sepolti vivi. Essi, inchiodati ognuno alla sua categoria serva negli ambiti definiti « del disagio », che è spesso solo quello di chi li constata, nei quadri di Sergio Padovani sono custoditi uno ad uno, delatori di una sostanza che invece è rimasta al suo posto.</p>
<p>Le immagini di corpi sputati via e trattenuti appena in tempo sulla tela ci ricordano che senza la diversità non c&#8217;è vita e che gli uomini a una sola dimensione, come diceva Husserl, sono delle povere anime di cui il potere ha sempre fatto e farà sempre ciò che vuole.</p>
<p>Giulia Gibertoni</p>
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		<title>ILLUMINATION DI UN CUORE DI TENEBRA.di Viviana Siviero</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 17:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SERGIO PADOVANI : ILLUMINATION DI UN CUORE DI TENEBRA. La tradizione che associa il lato oscuro al male, ha portato non pochi problemi a qualunque essere nato del colore dell’ombra, dal gatto al pipistrello. L’epoca moderna e l’avvento della magrezza ad ogni costo hanno un poco riabilitato questa modulazione dello spettro, divenendo sinonimo di eleganza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SERGIO PADOVANI : ILLUMINATION DI UN CUORE DI TENEBRA.</p>
<p>La tradizione che associa il lato oscuro al male, ha portato non pochi problemi a qualunque essere nato del colore dell’ombra, dal gatto al pipistrello. L’epoca moderna e l’avvento della magrezza ad ogni costo hanno un poco riabilitato questa modulazione dello spettro, divenendo sinonimo di eleganza basica. Ma al di là di tutto ciò che i preconcetti posso insinuare, non è detto che un cuore di tenebra sottintenda paurosi segreti, anche se la sua esperienza gli fa sfruttare il tabù per smascherarlo. Sergio Padovani convoca una riunione di personaggi che costituiscono un’opera al nero e li pone forzatamente sotto i riflettori, per mostrare al mondo quella diversità che spaventa. Per sua stessa ammissione i suoi personaggi non sono figli, ma rappresentano semmai mille volte se stessi: la chiave della sua ricerca artistica &#8211; che sgorga dall’interiorità personale e dalle esperienze inconsce più che dal pensiero razionale e ragionato &#8211; è l’empatia. Personaggi musicali loro malgrado, impossibilitati a camuffare i propri gusti e le proprie mostruosità, se non ammantandole di un’oscurità protettiva. Sono costretti dal loro creatore benevolo ad essere coraggiosi per poter realizzare i loro desideri di felicità, invitati a danzare al centro di un’arena definita dal telaio dell’opera, che decide di volta in volta quale sia la realtà altra da giudicare. Le opere di Sergio Padovani sono popolate di esseri che ad una prima impressione spaventano per la loro diversità, ma che ad una più attenta analisi sembrano piuttosto desiderosi di protezione. Anche il loro modo di esprimersi li allontana dall’omologazione che rende invisibili, sogno anelato: la loro voce si palesa ad ogni pennellata come un sussurro ectoplasmico che si esprime con un lessico gotico che lo spettatore sembra ritrovare nei titoli: «l’Apocalisse ti dona»,« Il tuo silenzio è una voragine illuminata»,«il tuo corpo è dolce vilipendio» complimenti desueti, tentativi di seduzione sinceri e privi di cattiveria, o anche «Brucio all’inferno, anzi no vivo»,«nessuna resurrezione per i bambini cattivi», parole emesse con un sorriso bonario e non col ghigno con cui una società delusa ed immersa nei preconcetti li immaginerebbe. I personaggi di Padovani, stanno subendo l’evoluzione: l’opera di rassicurazione violenta messa in atto nel tempo dal’abile pennello del pittore sembra averli resi più forti nel sopportare la luce. Quello che sembrano compiere è un cammino che li porterà lentamente all’emancipazione da quel buio che cela, primo passo per una reale evoluzione sociale. Per questo la produzione di Padovani sembra subire una sorta di “deriva bianca”, che non toglie valore all’oscuro ma semmai lo impreziosisce, mostrandolo ancor più brillante come avviene per qualunque danza di opposti, capaci ad esaltarsi vicendevolmente.<br />
<img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/TUTTO-MALEDETTAMENTE-SBAGLIATO-.jpg" alt="" title="SAMSUNG DIGITAL CAMERA" width="647" height="645" class="aligncenter size-full wp-image-587" /><br />
«Questa lingua sarà dell&#8217;anima per l&#8217;anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e che tira».(Arthur Rimbaud, Lettera del veggente 18). Occhi bianchi e stralunati come uova sode pronte per essere mangiate, divengono portali per accedere ad un mondo di interiorità sofferente, che ha rinunciato al desiderio di accettazione in senso canonico e proprio per questo si è trovato a camminare sulla strada giusta. Non è più il smania accecante di normalità a guidare le figure; l’emotività rabbiosa, che è responsabile dell’errare necessitava di copiose quantità di grigio di payne per nutrirsi e proteggersi: al suo posto, una calma estatica. L’esito dei personaggi non dipende dal risultato: è proprio l’infrangersi delle illusioni a proteggere le stanche ossa del viaggiatore che solo con questa lucidamente potrà conquistare la meta. La ricerca che l’artista opera attraverso i corpi di tutti quei se stessi che vengono messi in scena, porta ad una confessione pubblica e totale che non può più nascondersi in nessun luogo protetto: è il momento cruciale in cui sarà possibile dimostrare la realtà raggiunta senza espedienti o scorciatoie. E così anche le voci taceranno non avendo più bisogno di sibili giustificativi; l’autodafé del pittore si compie in punta di pennello sostituendo l’oscurità con la luce, invertendo gli opposti in nome di un atto di fede ormai maturo. Padovani imprigiona volutamente nella sua inquadratura personaggi dichiaratamente mortali, seppure inquietanti, che invece di utilizzare il potere eternante dell’opera d’arte, se ne avvalgono per rimarcare la propria componente effimera e caduca, equiparandosi a qualunque essere umano. Padovani eternizza per loro l’istante supremo del desiderio di felicità a monito costante e comune, lasciando fuori dai limiti dell’intelaiatura tutta la storia che lo spettatore può solo immaginare muovendosi in un’oscurità memo manifesta ma non per questo più facile: un mezzo che all’artista serve per raccontare questa “rivoluzione di sentimenti” in atto in un dialogo serrato fra bianco e bitume. Il primo inteso come spazio che assorbe e divora divenendo carne – quindi personaggio anch’esso – e contemporaneamente sfondo. Il secondo spalanca l’uscio della voragine soggettiva generando l’unica possibilità di intuizione per coloro che si trovano a viverlo più che a subirlo. Una vera e propria “illumination” portata a compimento da un sincero cuore di tenebra.</p>
<p>Sergio Padovani è nato nel 1972 a Modena, dove vive e lavora</p>
<p>Mostre personali recenti:<br />
2011 – Il lunedì è grazia e distorsione, a cura di Emanuele Beluffi, Piccola Galleria, Bassano del Grappa(VI)<br />
L’Apocalisse ti dona, a cura di Viviana Siviero, Wannabee Gallery Milano<br />
2009 -Il tuo corpo è un dolce vilipendio, lo sguardo dell’atro Modena<br />
2007 Nessuna Resurrezione per i bambini cattivi, Sguardo dell’altro, Modena</p>
<p>Mostre collettive recenti:<br />
2010-Marylin No More, Wannabee Gallery, Milano<br />
Tracce, Castello di Sarzana/Casina, Reggio Emilia<br />
2009 La bellezza e il disincanto, Piccola Galleria Asolo (TV)<br />
Way Atelier Kkien, Milano<br />
2008 Una quotidianità irreparabile, Lo sguardo dell’altro, Modena </p>
<p>Gallerie di riferimento:<br />
Wannabee Gallery, Milano<br />
Piccola Galleria Arte Contemporanea, Bassano Del Grappa(VI)</p>
<p>Testo monografico a cura di Viviana Siviero e pubblicato<br />
su Espoarte #72 (www.espoarte.net)Agosto/settembre 2011</p>
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		<title>INQUISIZIONE PER KRITIKA.Intervista di Emanuele Beluffi</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/08/03/inquisizione-per-kritika-intervista-di-emanuele-beluffi/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 17:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[EMANUELE BELUFFI INTERVISTA SERGIO PADOVANI. INQUISIZIONE PER KRITIKA Sergio Padovani &#8211; Rivoluzione, cominci stanotte. Enjambement Caro Sergio, tu sei un musicista di formazione. Le arti visive, nella fattispecie la pittura, sono arrivate dopo, molto dopo. In un certo senso sei un novellino, che tuttavia si è già guadagnato la sua fetta di mercato e visibilità. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>EMANUELE BELUFFI INTERVISTA SERGIO PADOVANI. INQUISIZIONE PER KRITIKA</p>
<p><img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/RIVOLUZIONECOMINCI-STANOTTE.ENJAMBEMENT-olio-su-tela-30x402011.jpg" alt="" title="SAMSUNG DIGITAL CAMERA" width="550" height="437" class="aligncenter size-full wp-image-576" /><br />
Sergio Padovani &#8211; Rivoluzione, cominci stanotte. Enjambement </p>
<p>Caro Sergio, tu sei un musicista di formazione. Le arti visive, nella fattispecie la pittura, sono arrivate dopo, molto dopo. In un certo senso sei un novellino, che tuttavia si è già guadagnato la sua fetta di mercato e visibilità. La tua produzione pittorica è piuttosto apprezzata un po’ a tutte (quasi) le latitudini del gusto e altitudini del mestiere: come hai fatto? Sei un autodidatta o hai seguito qualche scuola o ti ha insegnato qualcuno?</p>
<p>-Risposta azzardata se ti dico che probabilmente è la musica stessa ad essere stata una dei miei più influenti insegnanti di pittura?   Cerco di spiegarmi meglio: l’essere totalmente autodidatta, evitando accuratamente scuole e maestri, credo porti a creare continuamente ponti di comunicazione tra elementi che apparentemente, non c’entrano l’uno con l’altro. Da un lato diventa faticosissimo trovare i percorsi tecnici e pratici, dall’altro c’è tutta la forza dell’imprevedibile, della scoperta e della ricerca. Io ho semplicemente scelto la strada che mi attraeva di più, abbandonandomi totalmente al mescolare le mie passioni (la musica ,ad esempio) con il nuovo sentiero che volevo intraprendere: la pittura. E ,inaspettatamente, questa serie di mescolanze obsolete e impure mi ha dato e insegnato tantissimo. Ora è impossibile cambiare!</p>
<p>Mi hai caldeggiato di non chiederti che musica suoni e ascolti e infatti me ne guardo bene, anche e soprattutto perchè non credo che alla gente là fuori freghi molto sapere che libri legge o che musica ascolta l’artista in questione. Però l’iconografia della tua produzione è piuttosto lapalissiana in proposito, nel senso che chiunque l’assocerebbe a uno stile, come dire, oscuro, greve, duro. Come avviene il passaggio da un mezzo espressivo all’altro? In che modo la tua pittura conserva le “vestigia” di una formazione musicale?</p>
<p>-Si è vero, c’è sicuramente contatto tra una musica abbastanza “oscura”e i miei quadri. Ma penso sia solo superficie: una specie di protezione, uno scudo messo lì per evitare che chi non ha voglia di scendere in profondità si avvicini comunque. Io stesso credo di avere questo atteggiamento nel rapporto con gli altri. La pittura, come la musica, necessita di grande approfondimento prima di trarre conclusioni definitive. Certo, c’è un primo impatto che è fondamentale e decisivo, ma è il voler conoscere di più che crea davvero la “passione” e il coinvolgimento o, al contrario, il rifiuto e l’allontanamento netto. Difficile è però, nel mio caso, spiegare come la musica influisca sul gesto pittorico e sui soggetti, semplicemente perchè è una condizione stabile! Quando componevo musica, tutto il significato era legato alla ricerca del suono giusto, dell’ insieme di strutture complesse che alla fine, quasi annullandosi reciprocamente, creassero la naturale “anima”del brano. Tutto questo succedeva grazie all’improvvisazione, alla passione e alla dedizione. Con la pittura il meccanismo è lo stesso, sperimentando e ricercando la pennellata giusta, la colatura che crea un nuovo sentiero da battere, l’errore che suggerisce nuove forme. Questa, a mio parere, è sempre improvvisazione. E’ come aver imparato a suonare con un altro strumento una nuova musica.</p>
<p>La tua ultima produzione s’è apparentemente chetata: “vai via nero” e ti sei dato al candore degli sfondi. Tuttavia le pastosità sono le stesse e permane una certa crudezza espressiva, sicuramente meno didascalica rispetto agli inizi del tuo corso pittorico, ma pur sempre incline a un apparato visuale “distorto”. Illuminaci.</p>
<p>-Il tuo “apparentemente”colpisce nel segno. In effetti, forse, invece che aver scacciato via il nero dalle mie opere, l’ho soltanto ricoperto con il bianco! Nel senso che, al contrario di quella che è poi la percezione generale, vedo il mio bianco molto più violento e invasivo: se prima il soggetto era avvolto dal buio e illuminato nelle sue “distorsioni”, ora lo sfondo candido, svelato improvvisamente, lo divora, lo cambia ,entra prepotentemente ad arrogarsi una posizione di personaggio nel quadro. E’ lui medesimo “distorsione”. Dal mio punto di vista è un nuovo elemento sul quale lavorare e con il quale far interagire i soggetti. Diciamo che ho voluto dare un afflato vitale anche al contenitore dei protagonisti delle mie opere.</p>
<p><img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/IL-REGNO.OPPURE-IL-TITOLO-POTREBBE-ESSERE-LA-GOGNA.olio-su-tela-60x60.20111.jpg" alt="" title="IL-REGNO.OPPURE-IL-TITOLO-POTREBBE-ESSERE-LA-GOGNA.olio-su-tela-60x60.20111" width="550" height="554" class="aligncenter size-full wp-image-578" /><br />
Sergio Padovani &#8211; Il regno. Oppure il titolo potrebbe essere la gogna </p>
<p>Sovente organizzi le composizioni come per far annegare i tuoi personaggi dentro la superficie, i quali dunque non stanno SU ma proprio SOTTO il film pittorico, nel suo profondo. Si tratta ovviamente di un approccio visuale molto soggettivo e relativo a chi guarda il quadro, uno può vedere il soggetto raffigurato così come esso si presenta allo sguardo sulla superficie del quadro e la cosa muore lì. Però è evidente la teatralità delle trame narrative che soggiacciono alla tua produzione, apparato scenografico in cui i soggetti sono maschere, persone, interpreti. Chi sono i tuoi personaggi? Donde provengono? Dove vanno?</p>
<p>-Arrogantemente, mi sento di poter dire che quello che è visibile nei miei quadri è solamente la punta dell’iceberg. Mentre dipingo, non usando nessun tipo di riferimento, né foto, né disegni preparatori, assisto anch’io alla mutazione continua del soggetto e delle situazioni che lo circondano. Viene naturale quindi iniziare a ragionare sul perchè il personaggio assuma quella determinata posizione, o perché espliciti un’emozione in quel modo, o perché sia arrivato a decidere di abbandonarsi crudelmente allo sfondo. I miei “compagni di viaggio” sono creature inadeguate e distorte, carnefici delle loro sensazioni e vittime del mio impietoso bisogno di gettarli in pasto al pubblico. Vengono da un passato costellato di solitudini nel buio, da vecchi film muti intravisti da bambino, dall’amicizia con un vecchio cane, dai compagni di giochi solo immaginati, dall’abbandono forzato dei sorrisi, dalle voragini che all’improvviso si aprono sotto i piedi, dai ricordi sfocati di una bella giornata. Vanno verso la salvezza, vera o immaginata che sia. Ed è in quel momento che li ritraggo:quando la intuiscono.<br />
<img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/LA-DERIVA-BIANCA-olio-su-tela-100x150.2011.jpg" alt="" title="SAMSUNG DIGITAL CAMERA" width="550" height="364" class="aligncenter size-full wp-image-579" /><br />
Sergio Padovani &#8211; La deriva bianca</p>
<p>Secondo me l’arte non è mai mimetica. Ammesso e non concesso che l’arte sia platonicamente la copia di una copia, i tuoi quadri sono reali? Secondo te la pittura deve fare i conti col mondo esterno? E che ci sta a fare il mondo rappresentato rispetto a esso?</p>
<p>-Purtroppo credo che la pittura faccia, suo malgrado, i conti con il mondo esterno. Posso parlare della mia personale visione in proposito: ogni condizione giornaliera che mi trovo ad affrontare, come soggetto o anche solo come testimone, contribuisce a modificare l’approccio al quadro. Il sentimento con il quale si affronta il concetto di base dell’opera cambia, cambiano i punti di partenza e tutto si trasforma. Ecco perchè non sono per niente interessato a riprodurre persone o cose nella realtà del mondo esterno. Il contagio è già fortissimo, basta quello a saziare la mia voglia di umanità, nel senso di condizione reale dell’essere umano. Il mondo credo si rappresenti da sè e riportarlo fedelmente su tela, se un tempo era necessità, per me oggi, nell’era digitale, è totalmente inutile. Quello che mi interessa è lo spirito, l’anima del mondo esterno, contenuto in un gesto pittorico, conservato in un tono di colore, preservato nella corrosione di uno sfondo. La cosa fondamentale è che questa invasione dall’esterno è legata alla pittura in modo completamente involontario, almeno per quanto mi riguarda.<br />
<img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/SEMPRE-BELLO-IL-CALVARIO-olio-su-tela-60x50.20111.jpg" alt="" title="SEMPRE-BELLO-IL-CALVARIO-olio-su-tela-60x50.2011" width="550" height="822" class="aligncenter size-full wp-image-580" /><br />
Sergio Padovani &#8211; Sempre bello il calvario </p>
<p>Non ricordo più chi, ma qualcuno disse che “la pittura è sintesi”. Brrr…Come nasce l’incontro con la pittura? (non mi riferisco a modalità biografiche, bensì concettuali. Insomma, cosa fai quando ti trovi davanti alla tela bianca?)</p>
<p>-Di sicuro il mio incontro, anzi, la mia dipendenza dalla pittura non ha niente a che fare con il concetto di sintesi, né pratica, né concettuale. Passano giorni senza che capisca quale quadro sto facendo, senza intravederne il soggetto e nemmeno lo sfondo. Continuo a lavorare fino a quando, come quasi fosse una concessione, si schiude davanti ai miei occhi una soluzione, una possibilità. La mia prima legge pittorica è quella di seguirla senza ripensamenti o indugi, è il filo di Arianna dell’opera. Per farla breve, questo accavallamento di pensieri, concetti e decisioni con pragmatici movimenti di pittura su tela costituisce la traballante e articolata struttura sulla quale pongo le basi per il concepimento del quadro. Dopodichè inizio a scendere in profondità, iniziando a legare le immagini alle parole che, magari, faranno parte del titolo, definendo le sensazioni, immaginando i suoni che potrebbero essere presenti nella situazione dipinta. David Lynch racconta che se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se, invece, vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Un buon modo di descrivere il concetto.</p>
<p>E ora cos’ha in cantiere la ditta Padovani?</p>
<p>-Dipingere. Continuamente e semplicemente. Poi proposte da valutare e la prossima personale alla Wannabee Gallery di Milano.</p>
<p><img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/08/LA-LUNA-olio-su-tela-150x100.2011.jpg" alt="" title="SAMSUNG DIGITAL CAMERA" width="550" height="827" class="aligncenter size-full wp-image-581" /><br />
Sergio Padovani &#8211; La luna </p>
<p>Intervista a cura di Emanuele Beluffi,fondatore  e direttore di Kritika Art Magazine (www.kritikaonline.net)<br />
Courtesy Emanuele Beluffi</p>
<p>Link dell&#8217;intervista:</p>
<p>http://www.kritikaonline.net/?p=2639</p>
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		<title>I SOGGETTI SOGGETTI ALL&#8217;AZIONE INTEMPERANTE DELLA GRAZIA. di Emanuele Beluffi</title>
		<link>http://www.sergiopadovani.it/2011/07/04/i-soggetti-soggetti-allazione-intemperante-della-grazia-di-emanuele-beluffi/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 21:19:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Johann Heinrich Fussli &#8211; Incubo notturno &#8211; 1783 &#8211; olio su tela &#8211; 75,5x64cm &#8211; Freies Deutsches Hochstift Frankfurther Goethe-Museum Sergio Padovani &#8211; Il nostro cielo è distorsione &#8211; 2011 &#8211; olio, acrilico e bitume su tela &#8211; 100x150cm &#8211; Courtesy dell&#8217;artista Sergio Padovani &#8211; Carne mia traditrice &#8211; 2011 &#8211; olio, acrilico e bitume [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="left_block"><img title="incubo_notturno" src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/07/incubo_notturno.jpg" alt="" width="300" height="379" /><br />
Johann Heinrich Fussli &#8211; Incubo notturno &#8211; 1783 &#8211; olio su tela &#8211; 75,5x64cm &#8211; Freies Deutsches Hochstift Frankfurther Goethe-Museum<br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-545" title="il_nostro_cielo_e_distorsio" src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/07/il_nostro_cielo_e_distorsio.jpg" alt="" width="300" height="455" /><br />
Sergio Padovani &#8211; Il nostro cielo è distorsione &#8211; 2011 &#8211; olio, acrilico e bitume su tela &#8211; 100x150cm &#8211; Courtesy dell&#8217;artista<br />
<img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/07/carne_mia_traditrice.jpg" alt="" title="carne_mia_traditrice" width="300" height="207" class="aligncenter size-full wp-image-544" /><br />
Sergio Padovani &#8211; Carne mia traditrice &#8211; 2011 &#8211; olio, acrilico e bitume su tela 100x70cm &#8211; Courtesy dell&#8217;artista<br />
<img src="http://www.sergiopadovani.it/wp-content/uploads/2011/07/questo_glorioso_senso.jpg" alt="" title="questo_glorioso_senso" width="300" height="372" class="aligncenter size-full wp-image-543" /><br />
Sergio Padovani &#8211; 2011 &#8211; Questo glorioso senso del rapimento divora &#8211; olio, acrilico e bitume su tela &#8211; 40x50cm &#8211; Courtesy dell&#8217;artista
</p>
<p>Con tutti i rischi che si corrono nel delineare il clichè dell’artista straccione, è evidente che la produzione pittorica di Sergio Padovani incarna fedelmente il tipo del pittore intuitivo e sensitivo: anarchica e senza regole, con quei soggetti dichiaratamente alieni rispetto alla correttezza delle anatomie.</p>
<p>L’opera pittorica di Sergio Padovani è molto ispirta all’occhio interno di William Blake, l’occhio del subconscio, l’intravisione onirica che guida le forme confondendole e fondendole con gli sfondi – mai totalmente neri, mai totalmente bianchi – su cui i soggetti di Sergio Padovani STANNO, fissi e sussistenti come bocconcini archetipici che ci mettono in gioco come osservatori attivi, quasi invitandoci o trascinandoci – dipende dal nostro grado di tolleranza alla sindrome di Stendhal – nella realtà extra-fenomenica di quel mondo onirico che sempre ci portiamo appresso.</p>
<p>E in questo senso non possiamo non pensare a come starebbe bene la serie pittorica del Padovani in un ipotetico pantheon ex/post romantico in salsa svizzero/tedesca accanto a un Füseli, poniamo, ,senza con ciò stesso voler a tutti i costi irreggimentarne l’opera in una troppo stretta temperie culturale (è evidente che si tratta in entrambi i casi di libere visioni accomunate dalla sopravvenienza dei soggetti sul buio della notte, emergenti dal marcato contrasto fra i toni oscuri e i toni chiari dell’ordinamento dell’opera).</p>
<p>Un contrasto che non trova requie, anzi si potenzia ulteriormente, laddove è un diluvio di bianco a informare i personaggi, che in questi casi si stagliano con maggior nettezza rispetto a uno sfondo nero che comunque non è mai innocente, ma anzi contaminato dagli elementi eterogenei che affastellano la composizione nel suo insieme.</p>
<p>Ciò che è massimamente presente nelle opere al bianco dell’artista modenese. Si prenda ad esempio l’opera dal titolo Carne mia traditrice, contrassegnata dalla “gassosità” del palloncino sulla destra che, oltre ad assolvere a una funzione di simmetria &#8211; questo elemento infatti risolve la composizione sviluppando una linea a Y con la gamba del soggetto e la linea d’orizzonte realizzata a bitume -, è esso stesso sfondo lavorato che accompagna letteralmente il soggetto nel suo darsi in pasto all’osservatore.</p>
<p>Il Padovani ci dà a suo modo un Teorema d’Incompletezza come quello elaborato dal logico matematico Kurt Gödel, con la differenza che in questo caso l’indecidibilità non è fra due enunciati, ma chiama direttamente in causa noi osservatori del quadro: proprio perchè, per rifare il verso con licenza poetica ai maestri scultori, «lo sfondo vuole lavorato», i personaggi del Padovani sono sempre votati all’incompletezza.</p>
<p>Incompletezza, si badi bene, non solo fisica, ovviamente, ‘chè anche un cieco lo capirebbe guardando (ma veh!) i personaggi del Padovani. Si prenda infatti  l’opera dal titolo Questo glorioso senso del rapimento divora, dove il soggetto soggetto al nostro arbitrio, quindi oggetto assoggettato al soggetto osservatore, consegna a quest’ultimo la possibilità di decidere liberamente sull’atteggiamento intenzionale del personaggio raffigurato: lo facciamo entrare o lo facciamo uscire dall’aiuola?</p>
<p>Opera al bianco e opera al nero, dicevamo. Dove il bianco è quasi più violento del nero. Non semplice sfondo, ma causa scatenante la perversione che si realizza fra questo e il soggetto dell’opera.</p>
<p>La nuova serie pittorica del Padovani è diversa e perversa. E, rispetto al recentissimo passato, caratterizzata dall’insistenza su una certa narrazione.</p>
<p>Inquietudine al cubo, domata da un mormorio di levità dei soggetti, fluttuanti in un lago di bianco o inchiodati al proscenio nero della notte senza fine, incompleti e abbandonati al nostro imperio. Fissi, si diceva, in un adesso immobile – “adesso immobile”: sinonimo di “eterno”, coniato nientemeno che dal diavolo in persona in tutt’altro contesto e in tutt’altra epoca -,  fermi in un segmento spazio temporale dove intravedono un riscatto dal fondo del buio o dal bianco isolante.</p>
<p>La composizione sviluppa dunque, di contro alla fissità della raffigurazione,  un certo movimento nello spazio &#8211; le opere del Padovani sono contraddittoriamente dinamiche. Gli sfondi sono quinte teatrali che accennano una narrazione possibile, come se improvvisamente, dietro all&#8217;impacciato attore di teatro, si affastellassero paesaggi e luci variegati.</p>
<p>Insomma, v’è altro rispetto alla semplice “datità”, al puro visibilismo di questi quadri.</p>
<p>Più che un Witkin, rispetto al quale  l’opera del Padovani condivide certe suggestioni “corpografiche”1, un’euristica del soggetto che volesse applicarsi più o meno fedelmente all’iconografia del pittore modenese non potrebbe non prendere in considerazione la magnifiche armonie dell’interpretazione musicale (del resto, Padovani stesso è un musicista).</p>
<p>Il principio fondamentale di questa nuova serie pittorica si può infatti individuare in un senso di distorsione come griglia estetica dietro alla quale si cela un’aspirazione alla grazia, un po’ come l’appercezione delle progressioni armoniche che si sviluppano al di là di sonorità solo apparentemente vicine al rumore.</p>
<p>Quelli di Sergio Padovani sono dunque personaggi “impacciati” e “maldestri” che si addobbano per annunciare «non è tutto qui, c&#8217;è dell&#8217;altro in questo quadro», imitando la grazia nonostante &#8211; o forse in virtù di &#8211; ciò che essi stessi sono: intrinsecamente distorsione.</p>
<p>Un’intenzione di grazia che la letterarietà dei titoli delle opere sintetizza icasticamente come serie di percorsi che “imbarazzano” i soggetti tesi a questo fine.</p>
<p>Soggetti che possiamo idealizzare come sonorità grezze inclini alla limpidezza, senza con ciò stesso riuscire nell’impresa.</p>
<p>E anche in questo consiste la loro incompletezza. Rilanciando la palla, ça va sans dire, all’osservatore, al quale viene dunque riconosciuta quell’attitudine interattiva cara all’arte contemporanea che in questo caso consiste nella possibilità del completamento di una “storia” in pittura.</p>
<p>Emanuele Beluffi<br />
www.kritikaonline.net<br />
www.emanuelebeluffi.wordpress.com</p>
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		<title>PRIMA DELLA POLVERE . di Elena Greggio</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 16:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PRIMA DELLA POLVERE SERGIO PADOVANI ALLA WANNABEE GALLERY con: L’APOCALISSE TI DONA. E’ una serata di fine inverno che succede alcune giornate di sole, quelle giornate che fanno credere d’esser già in primavera, tuttavia l’aria fuori dall’auto è fredda, il clima è ventoso ed uggioso. Così, senza alcun tentativo d’esser invitante, mi ri-accoglie la grigia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PRIMA DELLA POLVERE</p>
<p>SERGIO PADOVANI  ALLA WANNABEE GALLERY con:<br />
L’APOCALISSE TI DONA.</p>
<p>E’ una serata di fine inverno che succede alcune giornate di sole, quelle giornate che fanno credere d’esser già in primavera, tuttavia l’aria fuori dall’auto è fredda, il clima è ventoso ed uggioso. Così, senza alcun tentativo d’esser invitante, mi ri-accoglie la grigia Milano, mi addentro nella sconosciuta via Massimiano e rapidamente vengo proiettata in una realtà esteticamente opposta a quella appena attraversata e conosciuta.<br />
Via Massimiano è la culla degli artisti, vi sono numerose gallerie, generose di spazio e luce, site in edifici che riportano all’architettura contemporanea nord-europea i quali luoghi del vivere si sposano perfettamente con quelli del contesto urbano. Un’altra faccia di Milano, fuori dalla congestione di sempre.<br />
Incantata dalle opere degli artisti, che osservo curiosa dal di fuori attraverso le ampie vetrate, cerco la Wannabee Gallery, per affrettarmi al vernissage de “L’apocalisse ti dona”, l’ultima mostra personale di SERGIO PADOVANI.</p>
<p>La Wannabee Gallery è un oggetto prezioso, celato, da scoprire, si nasconde aldilà di un<br />
cancello-paratia di timbro plumbeo, è uno spazio bianco custodito tra un’essenziale giardino di tenera erba verde e la leggerezza di un’architettura lineare che ha il colore della calce patinata.<br />
Finalmente scorgo, alla mia destra, oltre un grande vetro “La deriva bianca”, imperante dipinto che come un faro di notte in mezzo al mare indica le coordinate a chi è un po’ sperduto: “Sergio Padovani è qui”.</p>
<p>Rivivo, come accade ogni volta che incrocio un’opera di Padovani, una sensazione di orrore, di orrore attraente. </p>
<p>Ogni immagine di Padovani ha un effetto collante sullo sguardo, uno sguardo che non ha il coraggio di uscire dal perimetro della tela, come si stesse fissando nel buio una figura che terrorizza e proprio perché terrorizza, non la si può perdere d&#8217;occhio, la si deve controllare, trattenendo il respiro, supplicando intimamente che non si avvicini.</p>
<p>E’ questo il preludio tagliente della mostra “L’apocalisse ti dona”, che mette in guardia ogni visitatore, mostrando la sostanza acerba della quale è intrisa.</p>
<p>“La deriva Bianca” incurante, porge agli occhi tre figure spettrali.<br />
 Il terrore che si prova da subito va lentamente affievolendo, per cedere spazio alla pena, alla compassione per quei corpi disgraziati che l’abitano e così lo sguardo, che prima era atterrito, ora si sposta curioso in qua e là all&#8217;interno dell&#8217;opera, ma con delicatezza, lentamente, per rispettare silente la sofferenza degli esseri dannati che in essa si dimenano in una sorta di agonia perpetua …<br />
Con  l&#8217;amaro in bocca s&#8217;indaga su dove inizino e finiscano alcune funi che tengono sospesi, brandendoli dalle estremità superiori, due dei corpi  rappresentati; il dolore s&#8217;addensa quando si scoprono di questi gli arti superiori mutilati, dei quali la stessa carne diviene l’elemento di sospensione; è forse una metafora, oppure una verità servita spietatamente, per indicare che da noi stessi nasce il dolore e il condizionamento della nostra fine.<br />
Impotenti si assiste al delirio:  l&#8217;essere a destra penzolante si ancora con le gambe a quello sospeso al centro della tela, ciò rimanda all&#8217;istinto di sopravvivenza e contemporaneamente alla condivisione del dolore con un proprio simile, per avere l&#8217;illusione che la sofferenza sia più lieve.<br />
Non si svela il ruolo del piccolo figurante a sinistra, che sembra il carnefice dei due appesi, dei quali può decidere se rincarare le sofferenze o meno a seconda di quanto tende le corde, abbassando o alzando la leva del meccanismo di tortura che ha a disposizione; ma questi sembra contemporaneamente il boia di se stesso, che stia personalmente provvedendo a tritare il proprio corpo all&#8217;interno dell&#8217;oscuro ingranaggio …</p>
<p>Mi allontano da “La deriva Bianca” spostando l’attenzione sulle altre opere, i toni di grigio, di bianco, di nero e del bruno bitume, dettano le cromie delle quali il mondo di Padovani è asperso &#8230;</p>
<p>Scendo vacillante alcuni gradini, piccole tele della stessa dimensione, appese alla parete di fianco, introducono come un leitmotiv alla stanza che accoglie i dipinti più imponenti di Padovani.<br />
Queste piccole “tele guida” sono ingannevoli, contengono immagini che sembrano più grandi della loro reale dimensione, ciò deriva dal violento impatto emotivo che scaturiscono e al quale obbligano. Vi è una sorta di annullamento dello sfondo, nessun volume o geometria, esso si presenta come una massa lattiginosa impastata, rivoltata, ricoperta da velature o materia emersa istintivamente, una “struttura” spaziale smembrata, impalpabile, si tratta di uno sfondo utilitario in cui immergere o far fluire i corpi informi dei figuranti. Esseri simili ad apparizioni si mostrano agli occhi, giungendo direttamente da una dimensione di confine posta tra il purgatorio e l’inferno. </p>
<p>Tra questi lavori, nel “Il lunedì è un requiem” un bambino d’altri tempi ci fissa inespressivo, con le pupille spente e asimmetriche, sembra adagiato ed immortalato in una di quelle foto post mortem di fine ‘800, lo strazio fisico, a differenza di buona parte dei soggetti di Padovani, gli è stato risparmiato, anche le sue vesti non hanno subito lacerazioni e la postura raccolta trasferisce all’idea di una preghiera in suffragio dei defunti. 	</p>
<p>“Il bianco è carezzevole”, altra tela minuta: del protagonista inerme e appeso/sospeso possiamo vedere solamente il capo di trequarti che riporta cuciture, anche lui ci fissa, crucciato e ammutolito, il resto del suo corpo è inglobato in un grande bozzolo macchiato e di consistenza gommosa, non ci si aspetta che divenga prima o poi una farfalla, quanto più il pasto di un’aracnide gigante.</p>
<p>Ancora dello stesso ciclo: “Sei aurora e dirupo”, “Ridiamo ancora delle dimenticanze vespertine”, “Siamo rari fiori Folk”… ad ognuno di essi ci si ferma silenziosi, come si faceva da bambini in chiesa, quando la mamma ci obbligava alla contemplazione dei passi della Via Crucis.</p>
<p>L’itinerario della mostra prosegue con una tela, il cui titolo ne giustifica la mole:<br />
“Annunciazione, la grande!”.<br />
Una giovane ragazza veste gli abiti neri di una papessa, la tiara ornata da una croce frontale bianca le copre gli occhi, ostacolandone la vista. Ella siede all’aperto, su di una tetra poltrona usurata, si fonde col buio della selva alle spalle, poggiando su di un terreno lutulento dal quale emerge evanescente un coccodrillo. La presenza del rettile potrebbe trovare giustificazione in una passione dell’autore per i bestiari, o nel suo significato di “animale” ipocrita o ancora in una valenza medievale, nella quale le sue fauci ricordavano l’ingresso agli inferi.<br />
(La polisemia, propria dei simboli di Padovani, consente numerose interpretazioni. Interpretazioni che alla fine convergono tutte ad un’unica verità).<br />
Sia la poltrona, che la grande testa di un papero giocattolo posta a fianco della piccola Papessa, evidenziano la coesione di elementi anacronistici all’interno dello stesso quadro, come lo sono anche le gorgiere indossate da personaggi che troviamo in altre tele del Padovani.<br />
Gli elementi anacronistici vi sono per privare il tempo dal suo aspetto cronologico, per ricondurre ogni anima nella stessa dimensione delle altre, con lo stesso trattamento, con lo stesso giudizio.<br />
“Annunciazione, la grande!” non fa pensare all’Arcangelo Gabriele che si prostra ai piedi della giovane Maria, non vi è alcun tentativo in questo senso, il messaggio che trapela sembra essere un altro: alla piccola Papessa, ancora legata al mondo dei giocattoli, viene pre-annunciata la fine, l’imminente passaggio della Grande Mietitrice.</p>
<p>Con un peso nello stomaco ci si volta verso la tela più grande dell’intera mostra “Tutto maledettamente sbagliato”, un quadrato di due metri per due, che almeno apparentemente, alleggerisce l’animo per una manciata di secondi.</p>
<p>“Tutto maledettamente sbagliato” è di gusto circense, demarca una reietta sfera sociale da sideshow statunitense dei primi del ‘900, quelle “attrazioni” che noi meglio conosciamo come “Fenomeni da Baraccone”.<br />
Un cinghiale di dimensioni pantagrueliche è sovrastato da una sorta di parallelepipedo che si estende ricoprendone dorso e testa. Questa grande scatola irregolare è decorata da stelle geometriche di sapore americano ed è fissata al corpo del mammifero con delle cinte tese.<br />
In groppa all’assieme, sette misere anime deformi attraggono chi vuol essere l’astante di turno, non<br />
si ribellano alla loro triste popolarità, l’abitudine ha superato il dolore già da lungo tempo.</p>
<p>Ruoto la testa in cerca di un temporaneo punto neutro, privo da qualsiasi forma di emozionalità, ma incrocio “La notte è fatta per sanguinare” e come ipnotizzata mi avvicino a scrutarla.<br />
Una scena quasi buia. Un flebile baluginio consente di intravedere una tinozza, sopra la quale un altro corpo sospeso, mutilato, privo di tutti gli arti, simile ad un adulto in uno stato corporeo ancora embrionale, sta riversando copiosamente il proprio sangue.<br />
Il senso di abbandono commuove, innescando l’empatia per questa creatura sconosciuta, lontana da ogni forma di immaginazione e l’impotenza, quella di noi osservatori, affligge.</p>
<p>Tra di noi c’è chi sorride e scambia parole con qualcuno, altri sorbiscono un aperitivo, la voce di Marlene Dietrich di sottofondo ci culla, cantando qualcosa di ovattato, ma i dipinti che ci attorniano, non concedono di svagarsi troppo e di sottrarre loro attenzione.<br />
Il quadro “La luna”, ci vuole come parte attiva di un congegno umano-meccanico, quali comparse in un set, a fiancheggiare i suoi tre protagonisti, per renderci della stessa materia informe e argentea.<br />
“Noi siamo la città fantasma e voi siete i lupi”: una zona palustre notturna in cui albergano un  tapiro, una scimmia, corpi assemblati di uomini con bestie, tizi poco raccomandabili e dei bagnanti. E’ una scena di convivenza pacifica tra creature straordinarie, custodi e guardiani della loro terra che preservano dall’oltraggio di noi canidi. La versione stravolta e dark di quella che a colori potrebbe essere una scena dell’impressionismo francese lungo la Grande Jatte o di una pausa campestre come Le Déjeuner sur l&#8217;Herbe.</p>
<p>Risalgo i gradini sino al piano superiore dove finisce la mostra e la trilogia degli “Enjambement” riserva, in termini di bellezza e delicatezza, la perla inattesa dell’esposizione “Rivoluzione, cominci stanotte”: una giovane indossa le vesti da ballerina (Padovani ha reso con maestria la leggerezza del tulle) è stesa supina, ci osserva, il corpo affonda leggermente sulla superficie di latte denso e morbido in cui poggia, il tutù viene sollevato da un gancio posto ad un’estremità.<br />
Tutto ricorda gli attimi che precedono una relazione intima tra due individui: l’attesa e l’immobilità mista a paura e curiosità. Ma il gancio sul tutù destabilizza l’armonia del momento facendo sembrare la ragazzina una vittima impietrita di fronte alla perversione.  </p>
<p>Osservo altre tele sino a giungere all’opera finale, la sinossi, colei che ha plasmato la mostra col proprio nome “L’apocalisse ti dona”:<br />
E’ una donna senza età, a braccia conserte attende, è imbavagliata, ha le gambe ricucite e bullonate, le vesti e parti del corpo si disfano nello sfondo come esplose … è l’inizio dell’Apocalisse.</p>
<p>In questa grande mostra si fondono l’esperienza del vissuto e la percezione della sofferenza. Padovani le trasmette con l’espressività violenta dei corpi che dipinge. I volti delle sue figure sono invece inespressivi, stanchi di lottare e privi della forza per emettere un lamento, divenuti catatonici, i muscoli facciali sono ormai spenti, assomigliano a quelli di individui lobotomizzati o vicini alla perdita di coscienza.<br />
La nitidezza di questi sentimenti ha un trasporto magistrale sulla tela, che risponde ai dettami di un fluire interiore leale, spontaneo, in bianco e nero.</p>
<p>… vien da pensare a Platone, alle sue riflessioni, quelle sull’ “anima che ha fatto cattivo uso della ragione e che per questo motivo è condannata a passare di corpo in corpo”.</p>
<p>Un delirio perpetuo per una redenzione rimandata ad un lontano futuro, quello dell’APOCALISSE.</p>
<p>Lascio la mostra e Milano. Fuori è buio, piove a dirotto, fa ancora più freddo; sorrido perché il clima è in perfetta sintonia con il mondo di Sergio Padovani.</p>
<p>                                                                                                                      Elena Greggio. Aprile 2011<br />
                                                                                                                      (www.elenagreggio-images.net)</p>
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		<title>QUEL MACABRO E GROTTESCO SPETTACOLO CHE È LA VITA.di Valentino Iovine</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 13:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Poche indecise pennellate su una tela sgombra di pensieri, vergine di emozioni. Membra spoglie dipinte e riesumate, l’orrido che prende forma nell’abominio d’uno scenario astratto ma reale. Ecco cos’è Sergio Padovani, giovanissimo artista del 72 dello scorso secolo. Rincorre il fine raggiungimento d’uno scopo quanto mai difficile da raggiungere: rappresentare una realtà in cui ogni [...]]]></description>
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Poche indecise pennellate su una tela sgombra di pensieri, vergine di emozioni. Membra spoglie dipinte e riesumate, l’orrido che prende forma nell’abominio d’uno scenario astratto ma reale. Ecco cos’è Sergio Padovani, giovanissimo artista del 72 dello scorso secolo. Rincorre il fine raggiungimento d’uno scopo quanto mai difficile da raggiungere: rappresentare una realtà in cui ogni personaggio è un protagonista alienato della propria quotidianità, dove le regole sono dettate dal grottesco mostro che si palesa nell’aspetto pacchiano e macabro d’ogni figura.<br />
Un vello nero s’interpone tra l’opera e l’artista, creando quell’aria cupa, tetra, a volte truce. Malinconici e deformi corpi sorridono ad una realtà arcigna, fuggendo da essa e riparandosi in un mondo fittizio formato da pochi colori e sfumature. Nessuna figura è fine a sé stessa, nessuna vuole rappresentare solo l’esteriorità d’una decadenza intima e feroce, ma ognuno di queste si fa portatrice insana di paure, dubbi, incertezze, sofferenze protratte nel tempo; un gioco innocente di sguardi piatti, un amore troppo osceno per poter essere esposto e vissuto in un mondo conservatore, l’irrazionalità d’un sentimento vivo che arde di speranza  melanconica .<br />
Sergio Padovani, non un semplice maestro delle arti visive, ma bensì un poeta eccellente, mente di titoli dolci e crudi, dotati d’un macabro e disilluso romanticismo, titoli che formano un connubio perfetto tra immagine e parole, un amplesso di lettere e colori, una forte carezza per ogni animo sensibile. Una melodia che s’insinua sinuosa fra i sensi già ammaliati, resi partecipi dal tenue gioco dell’arte.<br />
Ed è in opere come “Equilibrium delirium” che l’artista manifesta l’equilibrio precario d’una vita in bilico fra mente e cuore, efferata razionalità ed impulso incontrollabile, forte, passionale. Un uomo solo, all’apice di questo scontro titanico, fra palazzi scostanti, luci sconnesse di una città morente. Qui elementi decadenti si mescono ad uno stile più moderno, privo di artifici teorici, formando un quadro suggestivo e dinamico, lasciando quasi credere che i palazzi siano in procinto di crollare, come le certezze dell’uomo al centro dell’opera. Un bianco e nero magistrale, curato nei dettagli, nonostante la sua parvenza ai limiti dello sciatto.<br />
Uno dei più chiari amplessi fra immagini e parole è invece proposto da “Due di un milione di corpi”; poesia per l’udito, una dolce malinconia, un vento debole ma penetrante, una realtà cruda difficile da accettare: lo stato d’assoluta solitudine in cui riversa ogni essere umano, ridotto ad essere uno fra i tanti, carne mista fra tanti altri corpi in movimento, magari più belli, più interessanti. Due figure dominano la scena d’un palcoscenico scuro ed irreale, rendendole fluttuanti; figure non ben definite in ogni loro parte, che lasciano trapelare la sofferenza dell’essere un nulla paragonate all’infinità dell’universo. Opera, diversamente dall’altra, permeata da una staticità che s’innesta prepotentemente, simbolo dell’impotenza dell’essere umano e dell’attesa passiva a cui viene sottoposto il singolo.<br />
Ecco cos’è Padovani, un artista completo e complesso, che non si lascia sporcare ed inebriare dal vacuo torpore della superficialità d’una vita borghese e vuota di stimoli ed immaginazione.</p>
<p>Valentino Iovine</p>
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		<title>L&#8217;APOCALISSE TI DONA!SERGIO PADOVANI E IL CIRCO DELLE DELIZIE .di Viviana Siviero</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 22:13:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Ed ecco, della pittura a smalto, della poesia solida..&#8221; L&#8217; APOCALISSE TI DONA ! SERGIO PADOVANI E IL CIRCO DELLE DELIZIE di Viviana Siviero I Paradisi perduti sono sconosciuti, chi ci è stato non ha fatto ritorno o almeno non ne ha fatto parola. Su di essi non abbiamo certezze, ma solo concrete immaginazioni, nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Ed ecco, della pittura a smalto, della poesia solida..&#8221;</p>
<p>L&#8217; APOCALISSE TI DONA !<br />
SERGIO PADOVANI E IL CIRCO DELLE DELIZIE<br />
di Viviana Siviero</p>
<p>I Paradisi perduti sono sconosciuti, chi ci è stato non ha fatto ritorno o almeno non ne ha fatto parola. Su di essi non abbiamo certezze, ma solo concrete immaginazioni, nella maggioranza dei casi considerate fantasia, più raramente, profezie. Ci sono occhi che vedono luoghi altrimenti ignorati, abitati da ninfe, silfi, pigmei salamandre e altri esseri2, che si rivelano nella loro diversità come emanazioni magiche, comunque deroganti dalla norma. Coloro che possiedono il dono di vedere sono bambini; quelli che lo mantengono, imparando l’arte di mostrarlo, sono artisti: concretizzandolo nel suono, nella materia o appigliandosi ad altri mezzi espressivi, per creare, ogni volta, una piccola Apocalisse.  </p>
<p>Cap.1: AL DI LA&#8217; DELLO SPECCHIO,OLTRE LA PORTA ED ALTRI NESSUN DOVE<br />
La pratica e la poetica </p>
<p>Al di là dello specchio, oltre la porta ed altri nessun dove, spesso si incontra l’Apocalisse.<br />
Nella credenza comune, l’Apocalisse è un fatto che segue la storia e precede il nulla, per questo sta bene a molti: è oscura, quindi snellisce e va un po’ su tutto. L’Apocalisse dona soprattutto se la si interpreta nel modo giusto, come la morte nei tarocchi, che simboleggia la fine di un ciclo che prelude all’inizio di uno nuovo. Sergio Padovani mette in scena uno spettacolo piacevolmente orrorifico, attraverso la costruzione di corpi mostruosi, zeppi di ricuciture ermafrodite di pelli cadenti che si muovono al confine fra la riunione dei sessi e delle età, in uno spazio senza spazio dove le ore si susseguono ed esistono in quanto tali e non in relazione al loro essere ripetizione perpetua di ventiquattro. La sua pratica artistica indagata in punta di capace pennello solleva ad ogni nuova opera quella quinta di sipario che nasconde la realtà, scoprendo un popolo che la banalità miope del quotidiano ha reso insicuro, una corte dei folli riunita attorno alle proprie diversità deformi.<br />
Sarebbe facile parlare di anime emarginate costrette a vivere in una sorta di “mondo di sotto”, una realtà parallela e rassicurante dove l’anomalia è diventata regola perché condivisa dai più. Sarebbe banale parlare di un loro desiderio – che comunque risulta palpabile fra le molteplici pennellate oscure – di accettazione da parte di coloro che si attengono radicalmente alla regola per forma ed essenza. E per semplice volere del destino. La tela, col suo riquadro ligneo, definisce uno spazio di confronto; la cornice si apre come una finestra d’inquadratura su una realtà più complessa che ci chiede di non fuggire con lo sguardo.<br />
Nelle opere di Padovani c’è un Paese delle Meraviglie alternativo e molto più vero; l’artista, come un diligente Bianconiglio, ci mostra la direzione per raggiungere l’inevitabile castello della Regina di Cuori, che rappresenta il pericolo dell’esperienza e del confronto. </p>
<p>Cap. 2 PERCHE&#8217; IO SONO UN ALTRO.SE IL RAME SI SVEGLIA TROMBA,EGLI NON NE HA NESSUNA COLPA.<br />
I personaggi</p>
<p>Perché Io sono un altro. Se il rame si sveglia tromba, egli non ne ha nessuna colpa Questo mi pare evidente: assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, l&#8217;ascolto: do un colpo d&#8217;archetto: la sinfonia si sommuove nel profondo, o salta fuori sulla scena.5<br />
Padovani non sente i personaggi che evoca come suoi figli, piuttosto si sente loro: le sembianze che scaturiscono dal suo pennello sapiente sono il risultato complesso di un’idea generata dalla combinazione di azioni vissute e frustrazioni, momenti osservati fugacemente e registrati a livello inconscio e retinico, che vengono poi elaborati a partire da quello che è il punctum dell’opera.<br />
Proprio questo particolare, che rende l’opera intellegibile e coincide col punto d’accesso all’universo parallelo è ciò che l’occhio deve ricercare nell’opera dell’artista: non è detto si tratti di un elemento prepotente, nemmeno di uno scontato dettaglio sfoggiato dal protagonista, piuttosto un dettaglio delicato, come una goccia, una veste, una linea o un o scrigno, che si dichiarano allo spettatore senza prepotenza e ne manovrano visione e giudizio in maniera sottile ed invisibile.<br />
I personaggi scelti da Padovani come protagonisti della narrazione provano sensazioni che temono di nutrire e l’artista sembra rivolgersi a loro attraverso una miscellanea composita di sentimenti contrastanti che vanno dall’amore alla tristezza malinconica, dalla compassione alla felicità più sfrenata. L’artista non sceglie di dipingere un volto o un corpo del quale ha avuto esperienza, ma la concretizzazione carnale di un sentimento profondo e prepotente che lentamente emerge dall’ombra, attuandolo attraverso una gestualità pittorica che tende in primis a mantenere viva la stessa emozione provata dal creatore nel momento della scoperta. Se tutte queste affascinanti donne cannone, bambine disciolte, bambini ostrica, GGG (Grandi Giganti Gentili), Big Fishes, questo circo bitonale di meravigliosi freak potesse esprimersi attraverso il suono, non sentiremmo urla strazianti né pianti addolorati, ma  timidi sussurri  e mugolii discreti, che svolazzano in mezzo ad un silenzio candido come la neve. Un suono delicato che viene emesso nel momento in cui ogni essere trattiene il fiato e dentro, il proprio cuore, minaccia di scoppiare: gli occhi fissano un punto al di fuori del quadro, guardano lo spettatore implorandolo di capire e fermare la crescita di quel senso di inadeguatezza così crudele che nessuno merita di provare. </p>
<p>Cap. 3: &#8220;COSA VI TERRORIZZA DI PIÙ NELLA PUREZZA?&#8221;,CHIESI.&#8221;LA FRETTA&#8221;,RISPOSE GUGLIELMO .<br />
Il tempo</p>
<p>Bianco, Nero, Grigio di Payne e Bitume sono i quattro cavalieri dell’Apocalisse di Sergio Padovani, il cui lavoro non si svolge a partire da studi a matita o da immagini fotografiche di partenza: l’idea prende vita direttamente nella mente dell’artista a partire da una serie di esperienze che vi si affastellano come se entrassero dal becco di un imbuto. Ad un certo punto l’anima si satura e da tutte quelle vicende che si modificano continuamente viene rigurgitato un nucleo di lavoro – il punctum appunto &#8211; particolare, attorno al quale poi, viene costruito il quadro. Da questo momento in poi, l’artista, semplicemente, mette in evidenza l’avvenimento, attraverso il posizionamento di masse ombrose che esaltano le parti da illuminare. L’artista non è lontano dal fare di un bravo tecnico delle luci impegnato a seguire un’importante opera teatrale: il nero che sgorga dal pennello funge da evidenziatore per le parti di luce che vanno a mostrare personaggi altrimenti invisibili, fino a quando non è il quadro stesso a dichiarare la propria conclusione, lasciando libero il suo creatore di inseguire un nuovo sentimento. Tutto ciò si svolge con la giusta fretta, che si palesa in un tempo sospeso  ed ossessivo in cui le ore perdono completamente il loro valore sia per la creatura, sia per il suo creatore. Il principio fondamentale ruota attorno alla necessità di seguire un’energia inconscia ed imprevedibile che sembra stabilire una comunicazione diretta fra la testa ed il quadro.</p>
<p>Cap. 4: (AB)NORMAL LIFE<br />
L’inquadratura</p>
<p>Il confine di definizione che separa una vita normale da una vita anormale può risiedere nell’elementare abbraccio di una parentesi, tanto nella vita letteraria come in quella delle forme. Così sono le regole definitorie dei i modelli, che vanno a costituire la morfologia di ciò che è accettabile e di ciò che è spaventoso. Sergio Padovani organizza le proprie pennellate variando la gamma dei colori dal nero all’oscuro, passando per il grigio con accenni di materia densa e lucente. La sua volontà non va nella direzione dell’imposizione del diverso, il suo è più che altro un gesto di integrazione estremo e netto: non accettando di tenere al riparo dal confronto i corpi multi-sessuati e deformi dei suoi personaggi, forzando le sue bambole traumatiche a danzare, su di una sorta di palcoscenico suo malgrado decadente inquadrato dal telaio del supporto, egli obbliga l’osservatore a guardare e il soggetto a mostrarsi, in modo che le due entità entrino in relazione reciproca, sostenendo un dialogo che altrimenti non si attuerebbe mai. Una masnada di forme squilibrate, desiderose di essere scoperte, emergono dall’oscurità col loro desiderio di emancipazione nei confronti di un destino che pare aver deciso per loro. Il loro movimento è impacciato ma inevitabile, i loro occhi somigliano a uova rese bianche dall’acqua bollente, occhi del desiderio che ti chiedono di essere mangiati per rendere totale l’empatia amorosa, per poter vedere il mondo attraverso un punto di vista diverso…. </p>
<p>Cap. 5 : QUANDO LE ORE SI FANNO PICCOLE E LE OMBRE TRADISCONO L&#8217;OCCHIO<br />
Lo spazio d’ambientazione</p>
<p>“Quando le ore si fanno piccole e le ombre tradiscono l’occhio può capitare di avvertir intorno a sé un mondo altro”8 Il paesaggio così come ci è famigliare svanisce e si trasforma, rendendosi irriconoscibile: è sufficiente non porre limitazioni paurose per sentirlo casa. In piena luce tutti coloro che abitano questo sottosuolo, ci parrebbero degli emarginati, ma si sa, l’apparenza inganna:Sergio Padovani e il suo sopraffino pennello fanno lo stupore di chi li “ascolta”. Il colore predominante potrebbe sembrare il nero ma non ci si deve lasciar ingannare dalla quantità: il vero protagonista dell’inquadratura è il bianco, manifesto attraverso l’assenza di colore ma inteso come luce, quindi somma di tutti i colori. La sua impalpabilità rende necessaria la messa in gioco del suo opposto, l’ombra, che fa da supporto al protagonista per permettere alla luce e a tutte le sue significanti di mostrare la propria forza. Lo stesso vale per l’assenza di ambientazione, obnubilata da uno sfondo che annienta qualunque particolare: la volontà dell’artista sembra essere quella di indicare la strada di lettura più che di dettagliarne la cromia. Molte sono le influenze: le ombre lunghe dell’espressionismo cinematografico tedesco, il calore del contrasto nel cinema muto degli anni ’20, musicato dall’orchestra in sala, l’estetica degli anni ’40, le esperienze vissute indirettamente attraverso i trattati di storia, la pittura fiamminga e il mondo oscuro di una certa narrazione intellettuale per l’infanzia che affascina in primo luogo coloro che sono chiamati a veicolarla ai più piccoli. Ma sopra a tutto la musica. </p>
<p>Cap. 6 : SOGNANDO VIDI NEL CIELO UNA VISIONE DI MISTERO<br />
la tecnica</p>
<p>Ciò che Odilon Redon affermò come esperienza titolando un suo celebre lavoro sembra esser vero anche per Sergio Padovani, che ha cominciato la propria ricerca artistiche come compositore musicale, approdando alla pittura solo in un secondo momento. La pittura è uno strumento completo, come un pianoforte, che non necessita di alcun accompagnamento: pochi gesti offrono uno spettro immediato e compiuto. Sergio Padovani, sogno dopo sogno, ha ritagliato le proprie finestre inquiete su di un universo onirico che è necessariamente da preservare, puntando un faro su di un circo straordinario di cui è sciocco avere timore e che si palesa attraverso un procedimento di creazione che è più importante del risultato finale stesso. La titolazione dei lavori viene a completare con la sua spolverata di parole affascinanti, l’opera stessa, imponendo per la prima volta il punto di vista dell’artista sulla visione. È come per la musica, dove il “colore” è dato dalla melodia che è la materia pittorica, mentre il testo –completato da ritmo e toni &#8211; è come il titolo fatto di parole raccolte in frasi poetiche e spesso dissacranti, come fosse un nuovo personaggio. </p>
<p>Cap. 5: LA MENTE CHE CANCELLA<br />
conclusioni</p>
<p>La mente possiede un meccanismo secondo cui i ricordi più dolorosi devono essere consegnati all’oblio Ecco quale rischia di essere la nostra Apocalisse: la cancellazione della conoscenza di personaggi straordinari ed altrettanto prodigiosamente orripilanti, che se dimenticati, come le Divinità, chiuderanno per sempre le porte di quell’aldilà che li conforta. David Lynch, anch’egli pittore, musicista e compositore, oltre che celebre regista noto per il proprio essere visionario onirico ed angoscioso di immagini fortemente collegate al sonoro, nel 1971 realizzò uno dei suoi primi capolavori: Eraserhead, la mente che cancella, in cui un giovane uomo tranquillo che abita con la fidanzata in una desolata periferia industriale, diventa padre di un bambino mutante. Lynch non ha mai voluto parlare del bambino ma la leggenda dice che per realizzarlo fu utilizzato un feto di mucca imbalsamato. Si racconta poi che Stanley Kubrick, fece proiettare in loop Eraserhead durante la lavorazione di “Shining”, per trasmettere inquietudine agli attori. A volte è solo una questione di forma o suggestione, ma è alla sostanza che si deve guardare. Così, Sergio Padovani e la sua pittura desiderano prenderci per mano, per accompagnarci in quel paese delle meraviglie sotterraneo dove nonostante le apparenze di oscurità, difficilmente saremo maltrattati. Accettiamo l’Apocalisse quando si presenta, apriamoci al cambiamento: non sappiamo cosa capiterà dopo ma magari quello che chiamiamo il nulla è solo la nostra paura, che va affrontata e vinta.</p>
<p>                                                                                          Citazioni:<br />
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                                                                                          U.Eco:Il nome della rosa<br />
                                                                                          D.Lynch:Eraserhead</p>
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